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Com’era l’amore ai tempi dei Romani?


Tempo di amore, tempo di San Valentino. Ma il 14 Febbraio non è sempre stato il giorno degli innamorati. Sembra infatti che la festa, più o meno come la conosciamo noi oggi, risalga alla fine del V secolo quando papa Gelasio I istituì il giorno in memoria del santo e martire Valentino da Terni, andando a sostituire la ricorrenza pagana dei Lupercali. Intorno alla metà di Febbraio infatti gli antichi romani celebravano una festa di purificazione delle greggi e della città palatina, sotto la protezione di Luperco, antico dio latino successivamente associato a Fauno.

Tutte le cerimonie si svolgevano nel Lupercale, la grotta sacra nei pressi del Palatino dove, secondo il mito di fondazione, il pastore Faustolo avrebbe rinvenuto, sotto il fico ruminale, la lupa mentre allattava i due gemelli. Il rituale doveva essere piuttosto complesso e ancora oggi non si ha una interpretazione univoca della liturgia: sicuramente vi era l’immolazione di capri e cani e poi una cerimonia di iniziazione di alcuni giovani che, nudi e ricoperti solo della pelle dei capri sacrificati, dovevano correre attorno alla base del Palatino e percuotere con due fruste di pelle di capra, sia la terra sia le donne per donare la fecondità. Non a caso questa festa si svolgeva a Febbraio: questo era il mese che preludeva alla fine dell’Inverno, alla Primavera e dunque alla rinascita e alla fertilità di piante, animali e uomini ovviamente.

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In realtà la diffusione di questa festa in tutta Europa e poi anche in America e la sua connotazione romantica sembrano essere più tarde, così come la pratica di scambiarsi messaggi, le valentine, o piccoli regali in segno di affetto e amore.

Dunque con un po’ di delusione apprendiamo che gli antichi Romani non festeggiavano San Valentino, ma la domanda che viene spontanea è se comunque avessero anche loro delle ricorrenze o dei particolari “riti di corteggiamento”.

Che l’amore in tutte le sue varianti fosse un tema caro ai nostri antenati, è facile dedurlo dalle numerose testimonianze archeologiche presenti un po’ ovunque: basti pensare agli affreschi anche piuttosto osé di Pompei, ai mosaici di Villa Armerina in Sicilia, piuttosto che ai numerosi reperti che arredano i musei di tutto il mondo. Ma anche la letteratura dell’epoca ci ha fatto pervenire numerosi ed illustri esempi come, per citarne uno su tutti, l’Ars Amatoria di Ovidio, un vero e proprio manuale d’amore!

Per prima cosa va detto che per gli antichi romani non era consono e morale scambiarsi effusioni di qualunque tipo per strada: abbracci, carezze e baci potevano essere dati, ma solo lontano da occhi indiscreti, in luoghi intimi e nascosti. C’è anche da ricordare che le ricche fanciulle nubili non potevano certo concedersi troppe “coccole” con i loro promessi sposi e anche dopo il matrimonio, sempre combinato dai parenti, le tenerezze tra gli sposi non erano proprio di routine: il matrimonio infondo era un contratto e il suo primo scopo era quello della procreazione e dunque della discendenza. Maggiore libertà avevano le liberte, cioè le schiave affrancate, che se non ancora sposate, potevano concedersi qualche flirt passeggero.

Se invece si trattava di rapporto extraconiugale, le modalità potevano essere ben differenti: sia per l’uomo che per la donna romana non era affatto atipico concedersi qualche “scappatella” con amanti occasionali o anche di lungo corso. L’importante, come sempre, era non farsi scoprire, anche perché le pene soprattutto per le donne erano assai gravi. La relazione in un rapporto non ufficiale era più libera e la passione poteva essere vissuta con meno imposizioni e tabù.

Anche il corteggiamento in epoca romana non era semplicissimo: non era infatti accettabile seguire, sfiorare o fare complimenti ad una signora in strada o in un luogo pubblico. La pena per chi si fosse macchiato di questo reato era pecuniaria e variava a seconda della gravità del fatto e dello status sociale della donna. Senza dimenticare che la maggior parte delle matrone romane uscivano molto poco di casa, solitamente per commissioni ben precise o per festività particolari ed erano sempre accompagnate da un parente o da uno schiavo, con lo specifico compito di sorvegliarle e di tenere lontani i “mal intenzionati”. La virtù e l’onorabilità di una donna erano infatti la virtù e l’onorabilità di tutta la famiglia, antenati compresi!

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La domanda che viene spontanea a questo punto è: ma come facevano i romani a conoscere un papabile innamorato?

Come sempre fatta la legge, trovato l’inganno. Ad esempio un luogo dove le fanciulle di buona famiglia potevano conoscere alcuni pretendenti erano le feste, le cerimonie, le processioni e i giochi. Le ragazze di rango inferiore invece potevano incontrare i futuri spasimanti ad una fiera, un mercato o ad una festa popolare. Gli incontri degli amanti illeciti invece avvenivano solitamente alle terme: in alcuni periodi storici infatti potevano essere frequentate contemporaneamente da entrambi i sessi. Per i più temerari invece non era raro organizzare dei veri e propri incontri amorosi con la complicità di qualche ruffiano: ed ecco qui che divenivano nidi d’amore retrobotteghe di negozi, case di amici, tabernae, ecc.

Altra domanda: ma cosa si regalavano gli innamorati? Ci stupirà notare che tra i regali più in voga tra amanti già nell’antica Roma c’erano i gioielli, i vestiti di marca, i profumi e soprattutto le poesie d’amore. Grandi assenti nella lista sono i fiori, oggi per noi regalo immancabile e simbolo di amore per eccellenza, soprattutto le rose rosse.

I Romani amavano molto i fiori e le piante in generale e le rose erano tra le specie più apprezzate. Loro però riservavano questo omaggio in particolare al culto dei morti: i fiori sono simbolo di rinascita, di una nuova Primavera, di vita! Spesso li utilizzavano per adornare le loro case e i loro giardini e i più ricchi usavano spesso le rose o altre essenze per addobbare la propria dimora il giorno delle nozze.

L’amore ai tempi dei Romani non era certo semplice sotto molti punti di vista, ma alcune notizie ci fanno ben comprendere che ancora oggi alcune piccole usanze derivano proprio dai nostri antenati, che veneravano l’amore sotto forma della dea più bella e sensuale del loro Pantheon, Venere e di suo figlio il potente Cupido a cui né animale, né uomo e né dio può resistere!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

(Fonte Immagini – latunicadeneso.wordpress.com; localidautore.it; it.wikipedia.org)


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