Roma Piazza della Minerva Elefante
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Piazza della Minerva e il suo Pulcino: la trasformazione del nome da Elefantino a Pulcino; ecco il perché!


Nel cuore di Roma, proprio alle spalle del Pantheon, si trova piazza della Minerva, una piazzetta molto elegante e raccolta, che custodisce un piccolo gioiello artistico di gran pregio realizzato da Gian Lorenzo Bernini: il famoso obelisco sorretto dall’elefantino più celebre di tutta la città.

Il nome della piazza trae la sua origine dalla presenza, durante l’epoca romana, di un grande e importante tempio dedicato alla dea Minerva ed eretto dall’imperatore Domiziano all’interno dei Septa Iulia (un grande portico vicino al Pantheon realizzato da Giulio Cesare). Ricorda questo antico tempio anche la titolatura della chiesa che qui si affaccia, chiamata appunto Santa Maria sopra Minerva e che risale addirittura all’VIII secolo, almeno come prima attestazione. L’edificio venne poi ampliato a partire almeno dal 1200 e il cardinale Francesco Orsini fu colui che nel 1453 fece realizzare un’imponente facciata (come ricorda la lapide) sostituita poi dall’attuale, molto più semplice, voluta dal cardinale Barberini nel XVII secolo.

Piazza della Minerva è però ben nota per il piccolo obelisco detto appunto della Minerva situato proprio nel suo centro. In granito rosso, alto 5,47 metri, è uno dei molti obelischi giunti a Roma in epoca imperiale: originariamente eretto in Egitto dal faraone Aprie, di cui reca i geroglifici insieme ai nomi degli dei Atum e Neit, fu innalzato poi nel vicino Iseo Campense, luogo sacro dedicato alla dea Iside. Rimasto nascosto per molto tempo, venne ritrovato all’interno del giardino del monastero dai frati domenicani delle chiesa che, insieme a papa Alessandro VII, decisero di farlo erigere al centro della loro piazza. Per poter scegliere una base per il monumento diversi architetti di fama sottoposero i loro disegni ad una commissione speciale: uno dei progettisti era un prete domenicano, Padre Domenico Paglia, secondo il quale, l’obelisco avrebbe dovuto poggiare su sei piccoli colli (gli stessi “monti” che apparivano nello stemma di famiglia dei Chigi a cui Alessandro VII apparteneva), con un cane a ciascuno dei quattro angoli. Il cane era infatti il simbolo dei domenicani, i quali venivano anche chiamati Domini Canes, cioè “i cani del Signore”, dal latino Dominicanes, per sottolinearne la loro fedeltà al Signore.

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Il papa respinse il progetto, poiché ciò a cui mirava non era un monumento autocelebrativo, ma bensì un simbolo della Divina Saggezza che richiamasse l’antico significato di quel luogo. Tra i numerosi progetti che presentò invece il maestro Bernini, fu scelto l’elefante quale rappresentazione simbolica della forza: “È necessaria una robusta mente per sorreggere una solida sapienza” sentenzia l’iscrizione su uno dei lati del monumento. Bernini però nel suo progetto originale, non aveva dotato l’animale di alcun sostegno e quindi il peso dell’obelisco avrebbe dovuto gravare interamente sulle zampe dell’elefante. Padre Paglia, invidioso e arrabbiato per il rifiuto subito, obbiettò in accordo con i canoni classici dell’epoca, che “nessun peso perpendicolare avrebbe dovuto poggiare sul vuoto perché non sarebbe stato solido né durevole”, quindi sarebbe stato necessario inserire un cubo di pietra sotto il ventre dell’elefante. Era una dichiarazione di guerra.

Bernini si oppose fieramente a questa modifica, avendo oltretutto già realizzato altre opere nelle quali elementi pesanti gravavano su spazi vuoti (esempio strepitoso ne è la Fontana dei Fiumi a piazza Navona), ma il papa decise comunque che il supporto avrebbe dovuto essere aggiunto. L’artista fu obbligato all’inserimento di questo cubo di pietra sul dorso dell’elefante e tentò di mascherarlo andando a scolpire un elaborato telo che lo nascondesse, ma nonostante il tentativo, la statua si mostrava nel complesso molto appesantita. Per questa ragione, dopo il suo innalzamento nella piazza, avvenuto l’11 Luglio 1667, la gente cominciò in modo ironico a chiamarla il Porcino della Minerva.

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In seguito il nome mutò in Pulcino forse per un semplice motivo fonetico: si perse col passare del tempo il ricordo del fatto e porcino fu probabilmente confuso con purcino, che è appunto la forma dialettale romana per pulcino! Il Bernini però aveva meditato vendetta e per punire il domenicano che aveva osato sfidarlo, modellò l’elefante in modo che puntasse il fondoschiena proprio verso il vicino convento, in bella mostra, con la coda leggermente spostata come a salutare padre Paglia e gli altri frati invidiosi!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale
(Fonte Immagine in evidenza – www.tropicalisland.de/html)

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